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ARTICOLO 29-05-2020
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Torino.corriere.it 29.05.2020
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LA TESTIMONIANZA

Heysel 35 anni dopo: "Mi arrabbio, dunque ricordo"

di Massimiliano Nerozzi

Andrea Lorentini perse il papà, medico, morto tentando di aiutare un bambino: "Basta cori contro, fu una tragedia di tutti. Come Superga".

Cerchiamo di dare un senso a qualcosa che senso non ha, ripete Andrea Lorentini, 38 anni, che nella notte dell’Heysel, il 29 maggio 1985, perse il papà Roberto, trentunenne medico di Arezzo. Cerca di darci un senso anche quando gli imbecilli insultano quelle 39 vittime, con i cori dalle curve o gli spray sui muri: "Mi incazzo — dice — ma proprio per questo bisogna ricordare. Perché non sia la memoria di una sola tifoseria, o di una squadra, ma sia il ricordo di tutti. Vale anche per Superga". Dopodiché, per chi si è visto seviziare la vita, è ancora più dura: "Da un punto di vista personale, l’Heysel è una di quelle ferite che non si rimarginano. Come fai a dimenticare la perdita di un genitore? Il dolore è per sempre".

La battaglia di nonno Otello e dell’associazione vittime - Non rimane che combattere, allora, come ha fatto la famiglia di Andrea, da papà Roberto, che morì tentando di salvare gli altri, a nonno Otello, ferroviere in pensione e fondatore dell’associazione tra i famigliari delle vittime che, alla fine, riuscì a fare condannare la Uefa (nel 1992). Tra i responsabili di una gestione dilettantesca e criminale. Da qualche anno l’associazione s’è ricostituita, per "esercitare il diritto alla memoria, ma facendolo in maniera concreta: con iniziative di educazione civica, fino al parlamento Europeo, grazie anche ad Alberto Cirio". Per i 35 anni della tragedia c’era un’iniziativa al museo del calcio di Coverciano, boicottata dal Covid. Si rifarà.

Un monumento alla Continassa - Quella notte, Roberto Lorentini era riuscito a salvarsi, scappando da una calca urlante e schiacciata, corpo su corpo, sangue su sangue, contro il muro del settore Z. Tra la carica degli hooligans del Liverpool e pezzi di cemento che arrivavano da tutte le parti. Poi vide un bambino, Andrea Casula, 11 anni, sepolto in quella bolgia dantesca, e tornò indietro, per salvarlo. Furono travolti entrambi, da una seconda ondata di persone in fuga. Per questo, fu poi decorato con la medaglia d’argento al valor civile. Schegge di memoria che fanno male, e che il figlio — tre anni all’epoca — ha saputo solo dopo: "Quella partita non l’ho mai rivista: perché con lo sport non c’entra nulla". Tanti hanno rimosso, come raccontò Marco Tardelli, a 31 anni e 90 minuti da una Coppa Campioni che mancava alla bacheca: "Ho cercato di cancellare tutto, questa è la verità. Ma purtroppo non si cancella niente di quella serata. In cui tutti hanno perso e nessuno si è salvato. Nemmeno, e soprattutto, quei poveretti che ci hanno lasciato la vita. È stata una delle più brutte cose nella storia del calcio". Lo stesso Tardelli che, nel 2015, ebbe il coraggio e la sensibilità delle parole: "Chiedo scusa. Chiedo scusa se in qualche momento ho esultato per la vittoria: perché probabilmente l’ho fatto anch’io. Rivedendo il tutto, chiedo scusa per quello. E per quello che non hanno fatto gli altri per salvare quelle persone". Bisogna allora difendere la memoria come, da sempre, fanno gli ultrà della curva — "e mi fa piacere", dice Andrea — e come potrebbe fare lo Stato: "Ho incontrato la segretaria del ministro Spadafora, per istituire una giornata contro la violenza nello Sport". Come fa la Juve, che al J-Museum ha messo "una stele con i nomi delle vittime, e ha il progetto di un monumento, nella sede della Continassa". Anche con il nome di Roberto, che magari sarebbe potuto essere ancora qui: "Certo che ci ho pensato, ma papà era uno che donava il sangue, che faceva il volontario, e che quella sera si comportò come era lui: tentando di aiutare gli altri. A me piace ricordarlo così". Fonte: Torino.corriere.it © 29 maggio 2020 Fotografia: SkyTg24 ©

 

Perse il padre all'Heysel: "I cori sui 39 mi fanno incazzare,

la Juve pensa ad un monumento in memoria delle vittime"

Si chiama Andrea Lorentini e 35 anni fa, il 29 maggio del 1985, perse il padre Roberto nella calca dell'Heysel. Si era inizialmente salvato, ma poi vide un bimbo di 11 anni sepolto da quella bolgia. Tornò indietro per salvarlo ma entrambi finirono travolti da una seconda ondata di persone in fuga. "Da un punto di vista personale, l’Heysel è una di quelle ferite che non si rimarginano. Come fai a dimenticare la perdita di un genitore ? Il dolore è per sempre", dichiara Andrea a il Corriere di Torino.

CORI DI SCHERNO - "Mi incazzo ma proprio per questo bisogna ricordare. Perché non sia la memoria di una sola tifoseria, o di una squadra, ma sia il ricordo di tutti. Vale anche per Superga. Quella partita non l’ho mai rivista: perché con lo sport non c’entra nulla".

RICORDO - "Ho incontrato la segretaria del ministro Spadafora, per istituire una giornata contro la violenza nello Sport. Juve ? Al J-Museum ha messo una stele con i nomi delle vittime, e ha il progetto di un monumento, nella sede della Continassa. Papà era uno che donava il sangue, che faceva il volontario, e che quella sera si comportò come era lui: tentando di aiutare gli altri. A me piace ricordarlo così". Fonte: Ilbianconero.com © 28 maggio 2020 (Testo © Banner)

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